Ermetismo

Rembrandt:il pittore del mistero


 


Alchimia della Luce


Rembrandt: il Pittore del Mistero


 


di Stefano Mayorca


 


 


Guizzi di luce, improvvisi fuochi, bagliori e cromatismi senza tempo capaci di travalicare le barriere spazio-temporali, i limiti frustri della realtà bidimensionale creando effetti tridimensionali agenti nella quarta dimensione. Questa, in sintesi, l’arte sublime di un autentico Maestro, Pictor Eccellentissimo, Iniziato ai Misteri cromo-psichici. Stiamo parlando di Rembrandt Harmenszoon van Rijn (1606 – 1669), il più celebre artista olandese del Secolo d’Oro (chiaro il riferimento all’alchimia), autore di ben quattrocento dipinti, all’incirca trecento incisioni, e un numero considerevole di disegni. Rembrandt nacque a Leida, il 15 luglio 1606, penultimo di nove figli. Il padre, Harmen Gerritszoon, era proprietario di un mulino (che a quell’epoca rivestiva un notevole valore), alle porte della città, nei dintorni del Vecchio Reno. E proprio da questo fiume deriva il cognome della famiglia, giacché Van Rijn significa letteralmente del Reno. La madre di Rembrandt, Cornelia van Suydtbroeck, invece, era figlia di un fornaio e discendeva da una famiglia del patriziato cittadino. Appare chiaro, da quanto sinora esposto, che i van Rijn erano dei borghesi benestanti. Ciò spiega l’istruzione di ottimo livello fornita al giovane Rembrandt. Fu mandato presso la prestigiosa Scuola Latina presumibilmente intorno al 1613, quando aveva sette anni. Questo istituto era stato fondato nel 1600 e al suo interno, oltre alla lingua latina, si studiavano i classici della letteratura quali Cicerone, Virgilio, il Vate iniziato all’Ermetismo-Magico e Ovidio, profondo conoscitore della magia e delle pratiche trasmutatorie. Parallelamente era contemplato lo studio della lingua greca. Numerose anche le lezioni di religione, nel corso delle quali veniva approfondita la conoscenza di testi sacri come la Bibbia e la dottrina calvinista. Questo percorso di approfondimento lo ritroveremo nelle grandi tele a sfondo sacro, in cui il tema biblico viene trattato dal grande artista con sapiente maestria grazie al processo assimilativo acquisito durante gli studi. Nel 1620, il quattordicenne Rembrandt fu iscritto alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Leida, che godeva di un notevole prestigio specialmente per ciò che concerneva lo studio della filologia biblica e degli insegnamenti umanistici. In base ad alcune notizie biografiche stilate dal sindaco di Leida, Jan Orlers, nella sua guida, risalente al 1641, apprendiamo che il futuro genio pittorico non si sentiva stimolato e tanto meno coinvolto dalle materie e dall’ambiente universitario. Egli, infatti, era attratto in maniera quasi morbosa dalla pittura e dal disegno. La sua anima anelava al colore, alle forme, alle misteriose vibrazioni che scaturivano dal potente atto creativo. Per questa ragione Rembrandt abbandonò gli studi e andò nella bottega dell’artista Jacob Isaacszoon van Swanenburgh, dal quale apprese i primi rudimenti della pittura. Le motivazioni precise di tale scelta non ci sono note, eccettuato naturalmente il suo amore per il disegno. In ogni caso, questa sua decisione contrastava con i voleri del padre, che voleva fargli intraprendere una carriera nell’ambito della giurisprudenza o della pubblica amministrazione. Swanenburgh era un pittore leidese  di fede cattolica, specializzato in scene infernali e stregonesche ispirate a Bosch, il celebre Maestro iniziato al simbolismo ermetico ed appartenente alla Confraternita  di  Nostra  Signora  (probabilmente  si trattava di un circolo iniziatico) e a Pieter Bruegel il Vecchio. Rembrandt rimarrà profondamente colpito da questi due Maestri, specialmente da Bosch, che  conosceva tutti i segreti dell’ermetismo magico. Questa nostra ipotesi trova riscontro in alcuni versi latini posti sotto un ritratto di Bosch, vergati da Lampsonius:


 


“Che significa, o Hieronymus Bosch,


quel tuo occhio attonito? Quel pallore


del volto? Come se tu stessi guarda


i lemuri e gli spettri dell’Inferno


svolazzarti davanti. Potrei credere


 che ti si siano spalancate la porta


dell’avido Dite e le dimore


del Tartaro poiché la tua destra


ha potuto dipingere tanto bene


tutto quello che il più profondo


recesso dell’Averno contiene”.


 Chi conosce il regno Astrale non tarderà a capire i chiari riferimenti contenuti in questa prosa. Trascorso un lungo soggiorno in Italia, Rembrandt tornò a Leida e dopo un apprendistato durato tre anni lasciò Swanenburgh per recarsi ad Amsterdam, presso la bottega di un altro pittore, Pieter Pieterszoon Lastman, colui che possiamo considerare il sui vero maestro. Lastman era un artista affermato e la sua produzione era legata ad episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento, a soggetti tratti dai miti e dai temi storici. L’insegnamento ricevuto da Lastman lo influenzò per il resto della vita, anche se con il tempo la sua tecnica e il suo stile risulteranno estremamente originali e personali, lontani dalle prime composizioni. Nel corso del suo soggiorno in Italia Rembrandt visitò Roma per vedere da vicino le impareggiabili opere del Caravaggio, del Carracci e degli altri artisti. Anche questi maestri confluiranno all’interno della sua pittura, si fonderanno con il modo di concepire la luce e i chiaroscuri. La ricerca della luce divenne per Rembrandt una continua fonte di sperimentazione. Solo chi ha visto da vicino un suo dipinto può comprendere le nostre parole. Una sottile malìa si promana dai suoi quadri. Le figure si animano allo sguardo, vivificate da una segreta energia interagente con il suo osservatore. I processi cromatici seguono la sintesi alchemica, la trasmutazione degli elementi tonali, la creazione della Grande Opera per mezzo di una costruzione consapevole e del magistrale uso delle materie cromo-alchimiche. Al pari di un esperto alchimista, per mezzo dello spirito volatile Rembrandt conferiva un’aura di mistero alle sue creazioni. La luce, quella luce dorata quasi evanescente, ancora oggi ci parla con il linguaggio silenzioso del simbolismo tonale, espressione imperitura di una Conoscenza senza fine. Terminato il tirocinio, Rembrandt si accomiatò da Lastman e tornò a Leida dove iniziò a lavorare e a produrre autonomamente.                  


 


Alla ricerca dell’Anima


Rembrandt ci ha lasciato una sorprendente galleria di autoritratti, ne ricorderemo alcuni: Autoritratto con capelli scompigliati (Olio su tavola, cm. 22,6 x 18,7 - Amesterdam, Rijksmuseum, 1628 circa), Autoritratto nello studio (Olio su tavola, cm. 25,1 x 31,9 - Boston, Museum of Fine Arts, 1629 circa), Autoritratto con camicia ricamata (Olio su tela, cm. 93 x 80 – Londra, National Gallery, 1640), Autoritratto con tavolozza e pennelli (Olio su tela, cm 114,3 x 94 - Londra, Kenwood House, 1665 circa). Alcuni critici e presunti intenditori d’arte continuano a sostenere che questa produzione indica una tendenza al narcisismo, una sorta di mania di grandezza. Sappiamo che l’artista olandese amava ostentare abiti e prediligeva la bella vita, ciò nonostante non concordiamo con il giudizio appena espresso, frutto di un’erronea valutazione. A nostro avviso, gli autoritratti esprimono stati d’animo particolari, una sorta di introspezione e di ricerca delle sue radici interiori che si concretava per mezzo della sua arte. Una vera e propria indagine inconscia mirata a rinvenire la sua intima essenza, la sua anima. Inoltre, egli tentava di fissare sulla tela o sulla tavola i cambiamenti esteriori che lo riguardavano, e di conseguenza anche quelli interiori, visto che dal suo sguardo, dalle fattezze alterate dal trascorrere del tempo, si potevano estrapolare i segni di un vissuto non sempre facile.


 


 


Onde di forma e campi vibrazionali nell’opera d’arte


 


Quanto sinora esposto ci fa comprendere in parte il potere celato ne La ronda di notte. Esiste in ogni caso un’altra ipotesi da noi sperimentata e che ora esporremo al lettore. Tale studio è in stretta analogia con le onde di forma e i campi vibrazionali, piste magnetiche intimamente connesse con la teoria radionica e le sottili vibrazioni emesse dalle forme geometriche, da taluni colori e da particolari simboli. Tra le forme in questione troviamo il triangolo, l’esagono, il rombo e la piramide (la delle Rocce di Leonardo da Vinci emette onde di forma). La fisica radionica spiega che le onde di forma sono di origine eterica-cromatica. I celebri radioestesisti francesi Chaumeri, Morel e De Belizar, scoprirono tre frequenze cromo-magnetiche relative alle onde di forma: il nero (Nigredo), il bianco (Albedo), il verde negativo (od onda piramidale mummificante). Le onde di forma agiscono sul piano eterico e sono in contatto con l’aura vitale e con i Chakra. Il dipinto, quindi, interagisce con l’aura e influenza i Chakra. Non a caso le forme auriche assumono un senso rotatorio. Ciò spiega perché nelle pitture sacre questa forma eterica più densa viene raffigurata come un’aureola che sovrasta il capo dei Santi. Nel celebre dipinto Cristo con l’animula della Vergine, il Mantegna circonda il Cristo con una forma ovoidale luminosa: si tratta dell’Uovo Aurico.