Magia e Alchimia

Il Mago, la Spada e la verga

Il Mago, la Spada e la verga: Il Mistero del Genio


 


  di Stefano Mayorca


 


 Il sublime incanto, la soave malia del regno fatato, delle sintonie celesti e della magica sinfonia dell’Invisibile bussano al cuore dell’iniziato e lo traghettano nelle regioni silenti dell’Assoluto. In questo luogo remoto il Magus, il mago (da In-Mago = immaginazione), il sapiente immagina  e crea. Creatore, Creato e creatura si fondono e danno vita all’Unità inestinguibile dei tre mondi occulti e celati: Astrale, Animico, Mentale. Il Mago trasforma, comanda agli elementi e parla il linguaggio sacro che smuove l’Arcano. Re e Sacerdote, sacramentalmente infonde la vita al Verbo, risveglia il Potere del Serpente. Il Fuoco alchimico-magico si desta allora dal suo sonno primordiale e profondo, percorre i canali preposti, accende, infiamma e arde nel cuore del cavaliere-iniziato, autentico maestro e vero Mago. In tal modo la strada del Tempio, la Soglia dei Misteri si schiude come la vita che viene alla luce. Parto occulto, si manifesta nel visibile per mezzo del segno e delle corrispondenze, dei gesti e delle Segnature, del fluido o corrente Ignea-Solare che deve fecondare la controparte Acquea-Lunare, la Vagina Primordiale. La creazione del mago è eterna poiché si sostanzia nella matrice universa, nel sostrato astralizzato che ritiene le immagini e nasconde l’Unità.


 


 


  La Zona Astrale e la Luce Astrale


 


  Nella rivista di Studi Esoterici Iniziazione (Edizioni Rebis, Viareggio, 2000), pubblicata nel 1945, viene riportato uno scritto dell’aureo maestro d’ermetismo Giuliano Kremmerz (Ciro Formisano, 1861-1930), concernente la Luce Astrale: “Bisogna formarsi un’idea esatta della zona astrale e della luce astrale. Nella pratica vera e reale della nostra scuola, bisogna avere idea precisa delle cose di cui ci occupiamo e l’insegnamento pratico ci conduce direttamente a cognizioni che son molto diverse da quelle che ci fanno intravedere i libri, scritti spesso da uomini fantasiosi e immaginosi e non rispondenti alla verità. Si chiama astrale o campo astrale o zona astrale un campo occulto, ignorato, inaccessibile alla prima mentalità volgare di tutti gli uomini che si occupano della vita oggettiva – Astron, cioè a-stron, non luminoso, celato, nascosto, l’ombra e il suo regno. Astrale quindi è sinonimo di campo oscuro, da cui emergono le forme ideali delle cose o le idee. Nel campo oggettivo, delle forme materiali del mondo sensibile, dal conflitto tra la luce e l’ombra, appaiono ai nostri occhi le cose reali. Invece l’immagine delle cose si conserva in noi in un campo inesplorato che appena oggi comincia ad attirare l’attenzione dei psichisti. Questo campo, che è in noi e fuor di noi, è la riserva da cui la coscienza umana attinge la memoria di tutte le cose viste e conosciute con uno dei sensi fisici. E rappresenta la parte più misteriosa del nostro essere, la camera oscura, per dir così, della fotografia, dei nostri prodotti di origine sensoria, tanto di questa vita quanto delle precedenti. Quelle che un gruppo di filosofi chiamò le idee innate, che si manifestano spontaneamente nei fanciulli, che insorgono negli adulti nei momenti critici della vita, che in alcune nature prendono la forza dell’ossessione e in altre quella della demenza, appartengono al tesoro di questa macchina fotografica che edita, ad occasioni determinate, i ricordi. La memoria dal punto di vista ermetico, non deve essere considerata che come il meccanismo evocatorio delle idee o immaginate, o foniche, o olfattive, o tattili o saporifiche che giacciono inerti  nel campo misterioso suddetto. La esistenza del quale campo in noi e intorno a noi è provata da noi in ogni istante della vita quando parliamo, evocando contemporaneamente parole e idee e suoni, quando provvediamo ai nostri bisogni più umili, quando ragionando associamo idee complesse…Come chiamarlo? – l’hanno i più moderni chiamato incosciente ma nel linguaggio ermetico e magico è il campo astrale, o campo oscuro, fonte e riserva di tutta la nostra coscienza ma della quale fonte e riserva, non abbiamo certezza che solamente pei ricordi che vi attingiamo con le continue evocazioni, per mezzo del meccanismo della memoria”. Il Mago attinge alla fonte ed evoca immagini, simboli e parla, chiama, pronuncia nomi e cifre, gesti, Suoni e formule che eccitano l’Astrale e concretano il contatto con il Regno segreto. Mediante gli strumenti adatti consolida e impone la sua volontà, impone la forza che si manifesta attraverso le armi elementari. Vere e proprie riserve di potere, le armi suddette sono un prolungamento del comparto volitivo del magista, della sua coscienza espansa e potenziata in Astrale. Egli è tutt’uno con questi elementi che rappresentano la materializzazione del suo pensiero caricato e della sua immaginazione feconda e fecondante.


 


 


 


 La Spada: il Fuoco occultato


 


La Spada, emblema della potenza occulta, è l’arma elettiva che serve, come ci dice la Tradizione, a separare simbolicamente il Bene dal Male. Non è un caso che San Michele, l’uccisore del drago (il Guardiano della Soglia, la natura istintuale, bestiale e passionale), impugni nell’iconografia che lo contempla, una spada fiammeggiante. L’angelo che scaccia Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, analogamente brandisce una spada. La sua valenza ermetica-magica la pone in relazione con la Luce, con il Sole radiante e sotto questo aspetto la spada diviene un conduttore di Luce magica. La sua punta disperde i coaguli astrali grazie al potere occulto che accompagna le punte, distrugge nell’Astrale i fantasmi e le larve che si muovono invisibilmente. Merlino, impugnando la sua spada magica, pronuncia la celebre formula: “Analnatrah Ut Vas Betot Ut Tienenveh”. Le punte dunque racchiudono un potere dissociante in quanto possono attirare e, nel contempo, allontanare, similmente alle dita della mano. Nell’ambito dell’esoterismo giapponese, le punte delle dita sono in grado di entrare in trasmissione con l’Invisibile, e nei riti Si-do-in-dzou sono in analogia con diversi punti cosmici. Il pollice è relazionato con lo spazio infinito, il vuoto, l’Etere. L’indice simboleggia l’elemento Aria o vento e il medio è correlato all’elemento Fuoco. L’anulare, invece, è legato all’elemento Acqua, mentre il mignolo è da porre in associazione con l’elemento Terra. Il simbolismo espresso dalla Spada Fiammeggiante allude alla vittoria sui vizi che egualmente alle virtù sono in numero di sette e che anticamente venivano raffigurati dai sette pianeti conosciuti. Il sette, come afferma il grande iniziato Eliphas Lèvi, è il numero sacro in tutte le teogonie e in ciascun simbolo poiché si compone del ternario e del quaternario. Esso rappresenta il potere magico in tutta la sua potenza e forza, ed è lo spirito assistito da tutte quante le potenze elementari, rappresentazione dell’anima servita dalla natura, il Sanctum Regnum.



 


Il Bosco Sacro:  lo Spirito immanente


 


Il Mago opera a contatto con la natura, luogo privilegiato dove la coscienza è facilitata ad espandersi. Qui, nel silenzio della Sacra Natura, il sapiente incontra gli Spiriti che dimorano tra la vegetazione, fra il verde cuore del bosco o della foresta. Da sempre, le antiche civiltà erano convinte che la natura fosse l’espressione del divino, lo specchio della creazione. Foreste, boschi, vecchi alberi, piante ed erbe officinali erano in tal senso elementi soprannaturali e sacrali. Le foreste e i grandi alberi che le costituivano, in particolare, rivestivano un ruolo preminente nelle pratiche cultuali e religiose giacché tali luoghi, come ci viene tramandato, erano sacri. Anche le cortecce di alcune specie arboree esplicavano una funzione rituale grazie alle sostanze e agli aromi che sprigionavano una volta bruciate. Queste essenze, mediante il valore occulto e simbolico che le contraddistingueva, richiamavano certe entità, purificavano cose e persone, esaltavano le potenzialità umane e consentivano di accedere alle dimensioni dell’Invisibile (mondo astrale). Il significato simbolico connesso con il mondo vegetale e con le feste pagane, dedicate agli Spiriti di Natura o alla vaticinazione, sono state assorbite successivamente dalla religione cattolica o dal folclore. Basti pensare all’autentico senso riposto o al valore segreto celato nell’albero di Natale, assai differente da quello comunemente diffuso. Lo stesso vale per il vischio, sacro ai Druidi, sacerdoti e dignitari delle genti celtiche. L’Albero Cosmico, l’Yggdrasil, legato al dio nordico Odino, racchiude profondi simbolismi di ordine iniziatico. Alle radici del mitico albero, un frassino, gli dèi si riunivano, come avveniva sulla cima dell’Olimpo, dove dimoravano le divinità del Pantheon greco. Yggdrasil è in intima connessione con le Rune o Runar, l’alfabeto segreto degli dèi. Il frassino sacro rappresenta l’Axis Mundi, un luogo sospeso tra Cielo e Terra, punto d’incontro dei tre mondi: celeste, terrestre e infero. Il sacro bosco di Brocelandia, arcano sito carico di magiche atmosfere, permeato da uno spirito immanente, è il teatro della magia merliniana. Qui il Mago riceve l’ispirazione ermetica, il furore divino divinizzante che lo porterà verso le cime austere e nel contempo sublimi della vera iniziazione. L’albero è l’emblema della sapienza, il custode delle magiche energie naturali, messaggero della condizione fatata che trasporta l’eletto verso i mondi dimensionali; verso l’amore supremo che non è mai passivo, tiepido, ma reca con sé una forza prorompente che arde incessantemente, fulcro di una passione travolgente che tutto lacera in nome della superna connotazione archetipa insita nel Sacro Femmineo, Fuoco dell’Eros incantato. Il bosco, con le sue magiche profondità e le misteriose presenze, diviene il testimone della fusione mistico-alchimica che prelude al ricongiungimento con la controparte del Mago, l’essenza lunare formatrice che contempla nella natura segreta l’anelito dell’incanto incantatore. Si narra di come Numa Pompilio, il primo re di Roma, Mago e sacerdote, nel quale molti hanno voluto identificare la figura di Pitagora, il sapiente di Samo, si recasse in segreto nel bosco d’Egeria, situato nella campagna romana, per incontrare la Ninfa Egeria. La natura, con i suoi ritmi e le sue sinfonie secretate, concerto di una potenza creatrice e dell’Intelligenza Superiore, è il regno della vera iniziazione, della realizzazione interiore che trasmuta l’essere comune rendendolo immortale.


 


     


 


 La Bacchetta, simbolo della generazione e della forza vitale


     


Riconducibile al Caduceo di Mercurio, la bacchetta magica è l’elemento che riveste maggiore importanza in ambito operativo. Numerose sono le leggende che descrivono maghi e fate nell’atto di impugnare questo strumento fascinoso. Simbolo di forza e manifestazione del potere volitivo del Magus, essa esterna un’azione volta a proiettare la volontà dell’iniziato nei diversi piani dell’Invisibile. Come il fallo fecondante, simile alla leggendaria verga di Aronne, la bacchetta manifesta la sua potenza analogamente al sesso maschile e alla sostanza spermatica che immette la vita nel ventre femmineo (la Terra, la Grande Madre). La sua polarità fluidica, finalizzata a raccogliere i coaguli elettrici e gli agglomerati di forza planetaria, ne determina la valenza terrigena anche se manifesta elementi ignei propri della spada. La Bacchetta dell’Arte, altro nome con cui viene appellata, configura il bastone del comando, lo scettro del potere analogo a quelli utilizzati dagli imperatori dell’antica Roma: Signa Imperii. Mosè, il Mago per eccellenza, si serviva della sua verga ogni qual volta era necessario compiere un prodigio. Quando spartisce le acque, per esempio, innalza lo scettro e pronuncia la formula di rito. In un’altra occasione, getta la verga ai piedi del Faraone e questa si muta in un grosso serpente che fagocita le serpi materializzate dai maghi di corte. Nel contesto della scuola esoterica Golden Dawn, la verga assume una differente tipologia e in base a certe pratiche di uso generale, si tramuta nella Bacchetta del Loto. L’oggetto rituale in questione ha l’estremità superiore di colore bianco e quella inferiore nera. Tra queste sono presenti i dodici colori attribuiti ai Segni dello Zodiaco, concernenti la scala di colori positivi associati alla polarità maschile. La sua lunghezza varia da 60 centimetri a un metro. I cromatismi che la compongono sono i seguenti: Bianco; Aries-rosso; Taurus-rosso-arancio; Gemini-arancio; Cancer-ambra; Leo-giallo limone; Virgo-giallo-verde; Libra-smeraldo; Scorpio-azzurro-verde; Saggittarius- azzurro vivo; Capricornus-indaco; Acquarius-violetto; Pisces-cremisi-nero. Nel contesto della Tradizione ermetica la bacchetta è solitamente composta da legno di nocciolo o di salice, tuttavia esistono delle varianti. In tal senso, la bacchetta di frassino possiede particolari vibrazioni che si manifestano sul piano sottile ed è particolarmente adatta nelle operazioni di terapeutica magica. Ciascuna pianta, come è noto, è in sintonia con certe forze planetarie. Pensiamo all’acacia e alla quercia, che risultano essere buoni condensatori di forze, come del resto gli altri bastoni dell’arte. In ogni caso, ogni pianta è legata ad un pianeta, così al Sole corrisponde il lauro, la palma, la quercia (albero sacro ai Druidi), il rosmarino e il mandorlo. Per quanto riguarda la Luna, invece, sono associati la canna, il noce, il tasso, il tiglio. Mercurio influenza l’acacia, il ginepro, il lauro, il melo, l’olivo, la rosa canina e il sambuco. Sotto l’egida di Venere troviamo la betulla, il bosso, il larice, il mirto, il pero e la rosa. Al pianeta rosso, Marte, si associano l’agrifoglio, il ciliegio, la ginestra, la vite. Giove è in analogia con l’abete, l’acero, l’eucaliptus, il frassino, l’olmo, il pioppo, il platano e il tiglio. A Saturno, infine, si legano il cipresso, il fico nero, il pino, il pruno, il salice e il sorbo. Il taglio del ramo, connesso con la pianta prescelta per la fabbricazione della verga, deve essere eseguito in particolari date astrali e con la Luna crescente. Eliphas Lèvi, nel suo Il Rituale dell’Alta Magia, parlando degli strumenti dell’arte così si esprime: “…Gli antichi nei loro simboli e nelle loro operazioni magiche, moltiplicavano i segni del binario per non dimenticarne la legge che è quella dell’equilibrio. Nelle loro evocazioni costruivano sempre due diversi altari e immolavano due vittime; una bianca e una nera; l’operatore o l’operatrice dovevano avere un piede calzato e l’altro nudo, tenendo da una mano la spada e dall’altro la bacchetta. Però, giacché il binario sarebbe l’immobilità e la morte senza il motore equilibrante, nelle opere di magia non si poteva essere che tre od uno e quando un uomo ed una donna prendevano parte alla cerimonia, l’operatore doveva essere una vergine, un androgine o un fanciullo…”. Più avanti prosegue dicendo: “Tutti gli strumenti magici debbono essere doppi; si debbono avere due spade, due bacchette, due coppe, due bracieri, due pentacoli e due lampade: portare due vesti sovrapposte e di due colori contrari come ancora usano i preti cattolici…”. Questa duplicità la rinveniamo nella Decima Lama dei Tarocchi, il Mondo, che viene raffigurata da una giovane donna nuda che stringe due bacchette, una nella mano sinistra e l’altra nella mano destra. Oswald Wirth, nella sua opera I Tarocchi, così commenta la simbologia di questa carta: “E’ l’Anima corporea dell’Universo, vestale del fuoco di vita che arde in tutti gli esseri. Questo suo ruolo spiega le due bacchette che tiene nella mano sinistra: terminano in sfere, una rossa e l’altra azzurra. Con la prima si captano le energie ignee, destinate ad associarsi al fuoco vitale che languirebbe se non fosse costantemente rianimato dal soffio aereo attirato dalla sfera azzurra. Le forze captate vengono trasmesse dalla mano destra al velo rosso che la giovane donna trattiene. I Tarocchi italiani preferiscono collocare in ogni mano una bacchetta analoga a quella del Bagatto, che Eliphas Lèvi ricollega all’azione magnetica alternata nella sua polarizzazione, mentre, secondo lui, le bacchette riunite in una sola mano indicherebbero un’azione simultanea per opposizione e trasmissione. La giovane donna che maneggia le bacchette magiche rappresenta la Fortuna maggiore dei geomanti”. Il Mago, attraverso le armi elementali, deve imparare a controllare le correnti dell’Astrale, deve dominarle e dirigerle, manifestando contemporaneamente il suo potere che genera dominio sulle quattro forze degli elementi: Acqua, Fuoco, Aria e Terra. Il vero potenziale, comunque, è insito nell’iniziato, gli strumenti magici occorrono solo ad esternarlo. Se non esiste fin dalla nascita umana e occulta una reale predisposizione, la bacchetta e gli altri oggetti magici resteranno inerti, privi di vita. La vivificazione delle armi astrali, infatti, si opera per mezzo della volontà attiva, presente in maniera naturale nell’iniziato. Tale volontà non si acquisisce, ma deve fare parte del bagaglio genetico del sapiente. Certamente un lavoro lungo e graduale può aiutare anche chi non possiede questi requisiti, ma la sua crescita e il suo potenziamento non saranno mai completi. Lo sviluppo totale della personalità occulta procede da una intima correlazione con le forze universali interagenti internamente, per elezione regale, per diritto di razza. L’Arte Regia, nelle sue infinite applicazioni, concede i suoi segreti solo a coloro che hanno interiormente risvegliate le facoltà magiche e consente l’ingresso nel Tempio dei Misteri esclusivamente agli eletti. Lèvi scriveva a riguardo: “Ogni intenzione, che non si manifesta per mezzo di atti, è una vana intenzione, e la parola che la esprime una parola inutile; è l’azione che da la prova della vita ed è pure l’azione che prova e dimostra la volontà. Si dice per questo nei libri simbolici e sacri che gli uomini saranno giudicati non secondo le loro idee ma secondo le loro azioni. Per essere si deve operare. Dovremo ora trattare della questione grande e terribile delle opere magiche. Non si tratterà più qui di teorie o di astrazioni; giungeremo alla realizzazione, metteremo fra le mani dell’adepto la bacchetta dei miracoli dicendogli: “Non ti basare sulle nostre parole; ma per conto tuo agisci!” “. In piedi, diritto, con lo sguardo proiettato verso l’orizzonte, il Mago, immerso nella natura selvaggia, pronuncia le formule, grida i nomi di potenza e attende. Aspetta che il Genius si manifesti, che il Nume parli. Resta in attesa affinché il vero Maestro, l’entità Geniale, assuma la guida del suo essere occulto e lo istruisca. Le armi ora sono secondarie, poiché per mezzo loro si è destato il Signore di dentro, colui che giaceva assopito nelle profondità dell’Astrale interno, l’Essere onnisciente che viene dal passato, agisce nel presente e costruisce nel futuro. Nel silenzio più assoluto egli fa udire la sua voce, manifesta il suo ineguagliabile potere e prende per mano l’Adepto trasportandolo all’altro lato del tempo, dove la Luce è feconda e ogni opera è baciata dal Divino, il Dio occulto che agisce e opera.      


 


 


 


  Articolo di Stefano Mayorca apparso sul mensile Hera (Acacia Edizioni)