Simboli, Miti e Civilta' scomparse

I Territori del Grande Spirito

I Territori del Grande Spirito



 


Gli Indiani d’America definivano questo luogo come Le Verdi Praterie, alludendo ovviamente alla dimensione dell’astrale, dove l’anima ritornava dopo la morte. Le visioni che l’Uomo Medicina concretava erano il frutto di una cultura secolare che insegnava a sdoppiarsi, o per meglio dire, a penetrare nel mondo archetipo. Per millenni, quando i ritmi del quotidiano erano scanditi da una lentezza rituale volta ad assaporare il senso del proprio essere primigenio, generazioni di cultori dell’estasi attraversavano i limiti del conosciuto per scoprire le radici remote, le autentiche origini. Viaggiatori dell’astrale quali gli angakut, (sciamani eschimesi), i yamabushi giapponesi, i jakuti siberiani, i mara’akame degli Huichol messicani, le mudang coreane, gli jhakri nepalesi, i qollowayas, yatiri andini o i pejuta wicasa, sciamani-guaritori Lakota. Tutti hanno camminato con gli spiriti. Ognuno di loro ha vissuto il grande sogno con lo scopo di divinare, guarire, combattere le forze contrarie e contattare entità sovrannaturali. Una sciamana indiana ha scritto: “Voi pensate che io abbia visioni perché sono un’indiana. Io ho visioni perché ci sono visioni da vedere” (Buffy St. Marie Cree f.). E un’altra ha dichiarato: “Non devo andare in nessun luogo per vedere. Le visioni sono ovunque…” (Essi Parish, sciamana californiana). La Vita Sacra delle tribù indiane si snoda attraverso un tessuto cultuale costituito da una profonda sacralità, e in tale ambito ho riscoperto interessanti analogie. Il vento, per dirne una, quel vortice magnetico che spesso è parte del mio viaggio. I Sioux così si esprimevano riguardo al vento magico, il Tatekan (in tal modo lo definivano allora come oggi): “Il vento è la “presenza invisibile”, la divinità. E’ il Vento Sacro, Misterioso e Magico. Mutevole e incostante può essere sospiro, tormenta, brezza leggera che fa ondeggiare l’erba delle praterie o soffio implacabile che può rendere folli”. Il vento, quello che spira nelle ore pomeridiane, era per me un canto misterioso. Ricordo, Quando ero un ragazzo, che seduto su una roccia o sulle scale di una chiesa mi lasciavo avvolgere dal vento. Nel vento sentivo voci, sentivo forza, entravo in uno stato che non so descrivere. Questo vento magico ora è una componente importante nelle mie esperienze vissute in astrale, nel corso del grande sogno. E’ un caso? Non lo so, non mi interessa saperlo. “Lascia che sia” ho pensato, perché non è con i sensi comuni che possiamo capire… Lasciamoci guidare dalla Natura Ermetica, non dalla personalità umana, che non è in grado di offrire risposte. E’ ancora contagiata dalla materialità nonostante il lavoro svolto all’interno. Accarezzato dal vento, immaginavo di essere un’aquila, di volare in alto dove nulla avrebbe potuto disturbare i miei pensieri. Immaginavo di fondermi con il Tutto. La tribù dei Pawnee ha scritto una canzone dedicata alle aquile: “Ascolta il suono delle loro ali! Scendono le aquile possenti! Bambini portano doni per voi”. Per i Pawnee questo rapace è un messaggero del Grande Spirito il cui arrivo è salutato con gioia. La sua peculiarità racchiude elementi simbolici straordinari, come spiega il Capo Aquila dei Pawnee: “L’aquila depone due uova e solo due, ed è questo il significato: tutte le cose del mondo sono doppie, come l’uomo e la donna, la sostanza e l’ombra, il corpo e lo spirito”. Anche l’aquila fa parte del grande sogno, di quel lungo cammino a cavallo della notte, dove il portale che traghetta nei territori del Grande Spirito accoglie solamente chi è pronto. Sette anni fa ho vissuto un’esperienza vivida che non potrò mai dimenticare. Avevo celebrato dei riti e alla fine di quel ciclo, qualche giorno dopo, ma più probabilmente una settimana o due, durante la notte, accadde qualcosa di indicibile. Mentre riposavo udii un fruscio, aprii gli occhi e, posato sull’anta semichiusa dell’armadio, vidi un uccello con le ali aperte che sferzavano l’aria. Non dormivo, anche se mi sentivo estremamente pesante e privo di forze. Non dirò a che specie apparteneva quell’uccello, ma secondo la sapienza indiana è legato alla magia e al potere. Una visione ad occhi aperti? Forse, ma era talmente reale… Sentivo di essere in un luogo diverso, lontano, nonostante ciò che vedevo era nella mia stanza. Poco dopo mi addormentai. In un periodo più recente, invece, a livello onirico si è concretato uno strano insegnamento. Qualcuno mi ha detto che è da porre in relazione con i maestri invisibili. Credo che ciò che conta sia il simbolismo che in esso è contenuto, il resto sono solo supposizioni che scaturiscono dalla natura umana. Ma prima di descrivere quanto segue ci terrei a precisare che la mia innata riservatezza ha reso molto difficile parlare delle intime espressioni del mio percorso. E’ la prima volta che lo faccio, e solo la stima e l’amore che nutro per Elixir e  per coloro che ne fanno parte mi hanno fornito il coraggio di aprirmi. Non mi interessa suscitare curiosità, ciò che vivo è autentico per me e non deve esserlo per gli altri. Ciascuno vive le sue realtà che non sono trasmissibili. Ho scelto le cose meno eclatanti perché detesto le manifestazioni spettacolari e l’esaltazione dei fenomeni. E’ importante la crescita, l’evoluzione, non l’evento miracoloso. Ma veniamo ai fatti. In questo viaggio onirico mi sono ritrovato in un ambiente particolarissimo, immerso nella penombra. Fasci di luce penetravano da una finestrella simile a quelle dei monasteri tibetani. Un monaco o un gran sacerdote - non saprei dire - con uno strano copricapo, era seduto su una sorta di trespolo. La veste che lo avvolgeva era grigio-azzurra e lunga sino ai piedi. Delle fasce laterali di colore simile cingevano fianchi e spalle. Tra le mani teneva una campanella d’argento. Io mi trovavo di fronte a lui, egualmente seduto su una specie di sgabello. Il monaco incomincia a far vibrare la campanella ed emette contemporaneamente dei suoni vocali di incredibile intensità. Una musica soprannaturale si diffonde nell’aria e un dolce profumo di incenso invade quel luogo magico. Anch’io tengo in mano una campanella d’argento più piccola e seguendo il maestro la faccio vibrare con le dita. Suoni, armonie che non sono capace di trasferirvi, scaturivano da quel concerto. In seguito, il sacerdote sfiora con le dita campanelle di varie dimensioni e sempre mediante suoni prodotti con la voce, sprigiona note senza tempo. Tento di vocalizzare seguendo i suoni. Una vibrazione profonda si genera nel petto e nella gola fino a farmi tremare. Al termine, il maestro, che parlava una lingua sconosciuta, mi dice tre cose che io percepisco a livello telepatico: “Ecco la vera magia. Ecco il suono dell’Universo, la voce dell’acqua”. Nonostante il ricordo sia leggermente appannato, i concetti mi sembrano questi. L’acqua, come sappiamo, è un elemento di notevole valore simbolico e non solo. In effetti anche ritualmente racchiude importanti significati.