Ermetismo

Gerolamo Cardano:il volto illuminato della Grande Opera


Gerolamo Cardano: il volto illuminato della Grande Opera


 


di Stefano Mayorca


pubblicato su Hera


Nel vasto panorama storico che ha visto nascere movimenti, gruppi iniziatici e quant’altro, e all’interno dei quali gravitavano maestri, pseudo maestri o presunti tali, alcune figure eminenti hanno profuso il loro sapere anche al di fuori delle suddette confraternite. Operando tale scelta il loro orizzonte spirituale ed ermetico si è ampliato generando un atto di autocoscienza volto a diffondere i Veri, promulgando l’antico Corpus Sapienziale a tutti coloro che erano pronti a recepirlo o, per meglio dire, a riceverlo. Gerolamo Cardano può a ragione essere annoverato tra questi. 


Il grande sapiente nacque a Pavia il 24 settembre 1501 da una nobile casata originaria di Cardano, un paese situato a circa 24 miglia da Milano. Genio controverso del Rinascimento, dimostrò doti fuori dal comune già dalla nascita. Narra infatti lo stesso Cardano, che sua madre aveva tentato di abortire ingerendo dei misteriosi preparati atti allo scopo, ma che egli era venuto alla luce ugualmente, privo di sensi, con i capelli neri fluenti e riccioluti. Strappato dal grembo materno e ritenuto morto, fu salvato da un insolito bagno a base di vino caldo, come spiega appunto nei suoi scritti: “Mi ha rigenerato un bagno di vino caldo che a un altro sarebbe potuto riuscire fatale”. Figlio illegittimo di una vedova, certa Clara Micheria e del giureconsulto Fazio, fu riconosciuto dal genitore solo quando la madre era in punto di morte. Fazio, che insegnava matematica nelle scuole Piattine, a Milano, e fu ricordato da Leonardo da Vinci nel celebre Codice Atlantico, era pieno di interessi e amava studiare le opere di Euclide. Il suo rapporto con il piccolo Gerolamo non si poteva certo definire idilliaco, come afferma il futuro matematico, medico e astrologo: “A quattro anni venivo picchiato dai miei genitori senza ragione e tante volte mi sono ammalato rischiando anche la vita”. Al compimento del settimo anno d’età, finalmente le violenze cessarono ed iniziava così il suo tirocinio che lo vide a fianco di suo padre. Il fanciullo accompagnava Fazio portandogli libri e carte, e veniva trattato alla stregua di un servo, con atteggiamenti che rasentavano la crudeltà. Tuttavia proprio da quest’ultimo egli apprese i primi rudimenti dell’aritmetica e in seguito, verso i nove anni, altre conoscenze che secondo il parere di Gerolamo risultavano misteriose: “Quando avevo circa nove anni appresi certe nozioni quasi occulte che non so donde avesse tratte. Successivamente mi spiegò l’astrologia degli Arabi”. Appare chiaro, da quanto appreso, che la figura paterna rivestiva un ruolo importante nell’ambito delle conoscenze ermetiche che venivano dispensate al giovane, una specie di insegnamento esoterico mirato a fare fruttificare il seme dell’iniziazione. E’ possibile che Fazio fosse stato iniziato alla “Scienza assoluta” da una cerchia di sapienti o da un maestro, e che intendeva trasferire tali nozioni a suo figlio. Le capacità di apprendimento di Cardano si rivelarono straordinarie. A vent’anni iniziò a frequentare l’Università di Pavia e alla fine dei ventuno già vi insegnava Euclide, spiegava la dialettica e la metafisica e teneva dispute sotto la guida del professor Corti, che occupava la prima Cattedra di Medicina. Divenne celebre all’epoca la sua disputa, durata ben tre giorni, con il professor Camuzio di Padova, primario dell’imperatore Massimiliano II, costretto al silenzio fin dal principio quando si discuteva il primo argomento. L’episodio, come ricordava Cardano: “… ebbe tanta risonanza che non si discuteva dell’argomento della disputa ma della forza con cui era stata condotta, che appariva inattaccabile”. Le capacità oratorie di Cardano erano sbalorditive e perfino temute, come scriveva egli stesso: “A Milano come a Pavia e a Bologna, in Francia e Germania, da quando avevo circa ventitré anni non sono riuscito a trovare qualcuno che fosse alla mia altezza nella discussione e nella disputa”. A quell’epoca la Lombardia era teatro di aspre contese. Sconfitto dagli Spagnoli, l’esercito francese si ritirò lasciandosi alle spalle una terribile e letale pestilenza. L’Università di Pavia venne chiusa e Gerolamo fu costretto suo malgrado a rifugiarsi nella Repubblica della Serenissima, dove conseguì la laurea in Artibus a Venezia e quella in Medicina a Padova. E proprio in quegli anni si cimentò con foga nel gioco degli scacchi, del quale era appassionato, e nel gioco d’azzardo, che a suo dire lo aveva impoverito: “Così ho dilapidato contemporaneamente la mia reputazione, il mio tempo e il mio denaro”. Eppure da tali avversità lo studioso riuscì a trarre importanti conoscenze, e dal gioco degli scacchi in particolare la soluzione di problemi che: “Superavano veramente per difficoltà la capacità umana”. E per quanto concerneva il gioco d’azzardo così si esprimeva: “Ho spiegato che cosa sia il fato e come si esplichi, e rivelato la causa di fenomeni straordinari”. Da queste notizie è possibile rilevare l’embrione di una predisposizione alla sapienza dei Magi e al pensiero ermetico, grazie a delle capacità fuori dal comune. La sua osservazione dei fenomeni psichici connessi con il gioco diede vita alla sua opera De ludo aleae, all’interno della quale per la prima volta formulò la cosiddetta legge dei grandi numeri. E in tal senso così si pronunciava: “Si deve in generale osservare, tanto per i dadi quanto per gli astragali che dal momento che entrambi completano il circuito in tanti lanci quante sono le loro facce, sei per i dadi quattro per gli astragali, ne consegue che in un qualunque numero di lanci di dadi o di astragali, fossero anche cento, ciascuno esaurisce tutte le possibilità allo stesso modo. Pertanto se il numero totale da essi esibito viene diviso per il numero delle facce ne risulta il valore medio”.


 


Uno strano sogno premonitore


 


Dopo la morte del padre, con i parenti si ingenerarono alcune contese sul fronte economico, relative all’eredità del genitore. A questo punto Cardano, che si era da poco laureato, si allontanò e si trasferì a Piove di Sacco, non lontano da Padova, dove iniziò ad esercitare la professione medica. Un sogno, uno dei tanti che sancirono il suo vissuto, gli preannunciò l’incontro con la futura compagna della sua vita. In un giardino di delizie gli apparve una fanciulla vestita di bianco, ma ecco che appena i due si scambiavano un primo bacio, un giardiniere accorse  per chiudere la porta: “… Lo supplico di lasciarla aperta ma senza risultato: mesto, allacciato alla fanciulla, mi vedo chiuso dentro”. Pochi giorni dopo egli incontrò per strada una fanciulla del tutto simile nei tratti somatici e nelle vesti alla dama incontrata nella sfera  onirica: “Da quel momento cominciai non dico ad amarla ma a bruciare d’amore per lei”. Il matrimonio si svolse all’insegna della felicità, ma come Gerolamo Cardano fa notare: “Il vero significato di quel sogno si dispiegò senza più ombre nella vita dei miei figli”. E in effetti ciò che avvenne in seguito conferma quanto asserito. Il primogenito, accusato di avere avvelenato la moglie per motivi di infedeltà e i suoceri, fu arrestato e decapitato in carcere. Il minore invece, per i crimini e le malefatte da lui perpetrate fu arrestato più volte per ordine di Gerolamo, che infine lo fece bandire da Bologna a causa di un furto. Riguardo queste vicende scriveva: “Non può non suscitare stupore il fatto che i miei sogni siano tanto veritieri”. La sua straordinaria capacità di pervenire durante il sonno alla conoscenza degli eventi futuri, fa parte della peculiare e prodigiosa natura che il grande sapiente era convinto di possedere. Questa particolarità si manifestava, a suo dire, anche con uno strano rumore all’orecchio che egli avvertiva quando qualcuno parlava di lui e con uno “speciale splendore”, un cerchio di luce che secondo il matematico: “Giova alla mia fama, alla mia professione, al guadagno e alla solidità degli studi, e si manifesta per mio speciale artifizio”. Il sapiente tentò invano di essere accolto nel Collegio dei Medici di Milano, ma la sua domanda venne respinta perché era figlio illegittimo e per potersi mantenere fu costretto a insegnare matematica nelle Scuole Piattine, come aveva fatto suo padre prima di lui. A quel tempo ebbe origine  la sua contesa con Niccolò Tartaglia, relativa ad una formula risolutiva riguardante delle “equazioni di terzo grado”, una formula che il matematico e frate francescano Luca Pacioli (Borgo San Sepolcro, 1445-1514) autore della celebre De Divina Proporzione, dedicata alla Sezione Aurea e illustrata da Leonardo, e nel 1494 di Summa, un importante testo di matematica, aveva dichiarato che era impossibile risolvere con regola generale. In ogni caso Gerolamo Cardano riuscì ad ottenere la soluzione del problema da Tartaglia, il quale gli fece giurare (ad sacra Dei Evangelia), di non rendere noto per nessuna ragione quanto gli era stato rivelato. In seguito, però, Cardano venne a sapere che il matematico bolognese Scipione del Ferro, aveva svelato la medesima formula al veneziano Anton Maria Fiore, dal quale lo stesso Tartaglia aveva poi appreso il segreto appena comunicato a Gerolamo. In questo modo veniva a decadere il vincolo che gli impediva di divulgare questa conoscenza e così, sentendosi libero dal giuramento, decise di pubblicare la famosa Ars Magna, le regole dell’Algebra (1545), un libro che segnò una svolta fondamentale nella storia dell’algebra, ma che allo stesso tempo suscitò la reazione e il risentimento di Niccolò Tartaglia che a sua volta pubblicò Nei Quesiti et inventioni diverse (1546). All’interno del testo, citando Cardano così si espresse: “ Huomo che tien poco sugo, uno tondo che incespica nei problemi più elementari”.  Ludovico Ferrari, allievo di Cardano, accorse in difesa del maestro indirizzando al Tartaglia un cartello che lo invitava ad una sfida matematica. Si generò in tal modo una contesa interminabile, dalla quale Gerolamo Cardano si mantenne estraneo e in proposito commentò: “Tartaglia preferì acquistare un rivale, per giunta a lui superiore, piuttosto che farsi un amico a lui legato da un debito, anche se poi la scoperta non era neppure sua”.


Cinque anni dopo, il grande iniziato diede alle stampe il De subtilitate, un trattato che riscosse uno straordinario successo in Europa. Il testo raccoglieva una miniera di notizie, di osservazioni empiriche e superstizioni, di speculazioni filosofiche e citazioni di classici, di descrizioni di eventi prodigiosi (alla maniera di Charles Fort, di cui fu un precursore) e marchingegni curiosi, come i congegni ai quali ancora oggi il suo nome è legato: il giunto e la sospensione. E inoltre, astronomia, metalli, pietre, piante, animali, uomini, scienze, arti, miracoli, demoni, sostanze prime, Dio e l’universo. Cardano descrisse anche il funzionamento della Sedes Mira, il seggio mirabile costruito da un meccanico di Cremona per l’imperatore Carlo V affinché: “Mentre viene trasportato, egli rimanga immobile e sieda, in qualunque posto ci si fermi. Infatti, se si dispongono tre anelli d’acciaio in modo che attorno ai poli si possano muovere in su e in giù, in avanti e indietro, a destra e a sinistra, allora l’imperatore resta sempre fermo nella carrozza, comunque la si muova”.


Finalmente il grande sapiente venne accettato nel Collegio milanese e dopo vent’anni si affermò come medico di eccezionale talento. I personaggi più influenti della città, dal Viceré di Spagna, al vescovo al delegato pontificio si affidarono alle sue cure. Attraverso i suoi libri  la sua fama si diffuse per tutta l’Europa e venne chiamato a insegnare medicina a Pavia. E non solo. Ricevette offerte da Papa Paolo III e da Cristiano di Danimarca, e l’arcivescovo di Scozia, che era già ricorso invano alle cure dei medici del re di Francia e in seguito dell’Imperatore Carlo V, gli inviò cospicue somme di denaro per convincerlo a recarsi da lui e prestargli le sue cure. Cardano si vanta di possedere capacità diagnostiche tali da scommettere: “Se il malato stava per morire, io mostravo qual era la sede della malattia e se alla sua morte si vedeva che avevo sbagliato mi impegnavo a pagare cento volte quello che avevo ricevuto”.


 


Conoscenze ermetiche, occulte e magiche: i segreti di Gerolamo Cardano


 


E’ necessario tornare indietro nel tempo per comprendere a fondo la figura iniziatica di Gerolamo Cardano. A sedici anni apprese l’uso delle armi, a cavalcare, a nuotare e, come già spiegato, il gioco delle carte, dei dadi e degli scacchi. A Pavia,  nel corso della notte, girava per la città con il volto coperto da un velo nero e con il pugnale alla cintura, un’abitudine che avrebbe mantenuto per tutta la vita. L’interesse per le  materie“altre”  iniziava a prendere il sopravvento e il fascino per l’occulto catturava la sua attenzione, tanto che nel 1521 acquistò da uno “sconosciuto” L’Asinus Aureus o le Metamorphoseon  (L’Asino d’Oro o le Metamorfosi) di Lucio Apuleio, in latino. E’ sorprendente sapere a riguardo che dopo averlo letto durante la notte, il giorno seguente fu in grado di leggere e scrivere in latino. Quasi contemporaneamente e con le medesime modalità, imparò il greco, lo spagnolo e il francese. Scrisse diversi saggi su Euclide, Tolomeo e sul De Spera mundi, di John Alifax (Sacrobosco). Il tipografo di Norimberga Joannes Petreius gli chiese di poter pubblicare qualche sua opera e Cardano gli inviò il De Astrorum judiciis, che conteneva nozioni di astronomia e astrologia. Nel frattempo si interessava di alchimia e cercò di penetrarne i segreti attraverso il mondo onirico. Il 22 febbraio 1553, ormai ricco e famoso, rientrò a Milano dopo un lungo viaggio che lo aveva portato in giro per l’Europa e passò per l’Olanda, il Reno, Basilea e Berna. Scrisse una raccolta di favole per  i figli del re di Danimarca dal titolo De le burle calde.


Intanto le sue ricerche proseguirono con l’approfondimento della fisiognomica, la scienza che studia i segreti celati nei tratti somatici del volto umano, e ribattezza tale disciplina con il nome di  Metoposcopia  (lettura del viso e soprattutto delle pieghe della fronte), con metodi affini a quelli usati per la mano (chiromanzia). Dal 1562 al 1570, gli anni sembravano scorrere abbastanza felicemente, e proprio nel 1562, pubblicò il suo celebre libro sui sogni: Synesiorum somniorum omnis generis insomnia explicantes libri IIII - Quattro libri che spiegano tutti i tipi di insonnia  trattati nel libro di Sinesio. Il riferimento a Sinesio quasi certamente è da ricercare nel taglio quasi spirituale di quest’opera, ma è probabile che ciò si sia determinato per una questione prudenziale nei confronti della Chiesa. Sinesio di Cirene, infatti, era un pio vescovo molto apprezzato dai padri della Chiesa per via delle sue Omelie (tale scelta in realtà si rese necessaria alfine di evitare accuse di stregoneria). Precedentemente Filippo Archinto, futuro arcivescovo di Milano, appassionato di magia e astrologia, aveva commissionato a Cardano due libri, uno sui testi magici del grande Agrippa di Nettesheim, De occulta philosophia Agrippae e uno sull’astrologia, De astrorum judiciis. I primi quindici capitoli del libro sui sogni erano dedicati ad un’esposizione estremamente analitica condotta con una logica puntigliosa, della quale  Cardano si vantava, affermando che si trattava della prima sistemazione esauriente dell’argomento. Successivamente l’opera assunse un carattere maggiormente enciclopedico, che enumerava esempi di ogni genere, alla stregua di un manuale per la consultazione delle varie esperienze oniriche. Nel libro primo si parlava delle cose viste in sogno, per esempio: piante, animali, cibi, vesti, morti, case, città, persone conosciute o sconosciute, viaggi e così via. Nel secondo invece, erano trattati i diversi tipi di sogni: oscuri, incompiuti, terribili, ricorrenti, perfetti ecc. Nel terzo venivano analizzati i vari tipi di sognatori: ricchi o poveri, sposati o celibi, con figli o senza figli, maschi o femmine, sani o malati ecc. e nel quarto libro, infine, erano raccolte alcune interpretazioni dei sogni in base a quattro generi ben precisi: primo genere - cause corporee e nuove; secondo genere - cause corporee già presenti nel sognatore; terzo genere - cause incorporee già presenti nel sognatore; quarto genere - cause nuove e incorporee. Riguardo al quarto genere di sogni, Cardano asseriva quanto segue: “Questi sogni sono provocati da agenti di ordine superiore (Angeli, Demoni), che entrano nella nostra mente nel sonno soprattutto per ammonirci  o per rivelarci il futuro. Il quarto genere è quindi l’unico che interessi veramente e che richieda  un’arte particolare per poter essere interpretati e compresi. I sogni di quest’ultimo genere sono i più preziosi, non sono però destinati a tutti. Per meritarli bisogna essere persone di un certo rango e di specchiata moralità. Capitano più facilmente a chi usa normalmente cibi sobri e si raccoglie frequentemente in preghiera. Sono più frequenti nei vecchi, in estate o in inverno, nei giorni sereni e senza vento, in un periodo che va dal sorgere del Sole all’ora terza. Sono portati ad avere quasi sempre sogni profetici chi ha nell’oroscopo della nascita Giove, e ancor più venere come pianeta dominante mentre si trova nella nona Casa, quando la Luna sarà vicina a Mercurio, in Ariete, nella Bilancia o nel Leone, allontanandosi dal Sole, ed essa sarà signora della Casa significante lavoro. Anche le gemme aiutano ad avere sogni veritieri. E’ bene portare gemme come il diamante, lo smeraldo, lo zaffiro, l’ametista e il Hiacyntus (giacinto), che non ostacolano i sogni, ma anzi ne respingono l’aspetto vano e portano tranquillità all’animo. La tranquillità d’animo è sempre la condizione indispensabile  perché il cervello sia ben predisposto ad accogliere i messaggi esterni e la cosa migliore da farsi per ottenerla è quella di “per così dire”, spazzare la casa, …depurare il corpo dagli umori, dai cibi, dalle bevande e da Venere, e l’animo dai turbamenti” (pagina 51).


La produzione letteraria più “oscura” che Cardano ha generato risale al tempo della morte di suo figlio che ricordiamo, fu decapitato in carcere. Sono di quel tempo infatti, opere come: il Theonoston, dedicato all’immortalità dell’anima, il De Utilitate ex adversis capienda, il De Secretis e l’Enconium Neronis. Come abbiamo accennato, gli anni più quieti e sereni che scandiscono la vita di Gerolamo Cardano, vanno dal 1562 al 1570, tuttavia qualcosa si sta agitando all’orizzonte…


 


L’ombra dell’Inquisizione


 


La chiusura del Concilio di Trento e l’avvio della controriforma segnano la fine delle illusioni rinascimentali legate ad una religione capace di conciliare ermetismo magico e teologia. Per i sapienti-maghi iniziò un momento difficile, e lo stesso Cardano venne arrestato dal Sant’Uffizio (che di santo aveva ben poco), il 6 ottobre con l’accusa di eresia. Restò in carcere per settantasette giorni, poi, a causa dell’età avanzata venne condannato agli arresti domiciliari, ma solo dopo aver versato una cauzione di 1.800 scudi. Dopo alcuni mesi, il 18 febbraio 1571 ebbe luogo il processo che fortunatamente grazie ai suoi potenti protettori Morone e Borromeo, per motivi di età e alla sua vasta fama di medico si risolse con una condanna mite. Nonostante questo, fu costretto ad abiurare (privatamente) alcuni “errori” del De rerum variegate, un suo testo tacciato di eresia e non potè più né insegnare e tanto meno pubblicare altre sue opere.


Lasciato l’insegnamento restò per un po’ a Bologna come medico e commentò con queste parole la follia dei tribunali religiosi: “I teologi si compiacciono solo di cose che ai più sembrano paradossi; così, ad esempio, affermano che si deve abbracciare la povertà, mentre noi insegniamo che si deve fuggire”. Poco graditi dalla Chiesa anche due sue testi: Elogio di Nerone e L’oroscopo di Gesù Cristo, che aveva compilato e in seguito messo per iscritto. A settembre, assieme al fedele Silvestri (che divenne il medico personale di San Filippo Neri) e a suo nipote Fazio, si trasferì a Roma, dove abitò in diverse zone della città. Sono anni di profonda solitudine e di amare considerazioni nei confronti degli esseri umani,  le sue parole in merito erano molto eloquenti: “Quale uomo mi potresti proporre che non si porti sempre appresso una borsa d’escrementi e un otre d’orina”. Intanto curò numerosi prelati e cardinali e ottenne dal nuovo Papa Gregorio XIII una pensione. Un giorno confidò ai suoi amici più fidati il desiderio di trascorrere la vecchiaia in luoghi che lo avrebbero reso felice e fece un elenco di preferenze che risultava alquanto curioso: in Italia, all’Aquila o a Porto Venere, a Monte San Giuliano in Sicilia, a Dieppe sul fiume Arques, a Tempe in Tessaglia. Se fosse stato più giovane invece, sarebbe andato in Cirenaica, in Palestina o nell’isola di Ceylon.


Nell’autunno del 1575 iniziò a scrivere la sua autobiografia (De vita propria) che terminò nel maggio dell’anno successivo, e che venne pubblicata a Lione solo nel 1642. Era estate quando vergò l’ultimo testamento vaticinando la data della sua morte: “Io morrò all’età di anni settantadue, mesi due e giorni dodici e cioè nel 1573 al 5 di dicembre”. La sua previsione si dimostrò errata di tre anni. Morì a Roma il 20 settembre del 1576. Aveva espresso il desiderio di essere sepolto a San Marco, ma poiché a Milano infuriava la “peste di San Carlo” venne sepolto provvisoriamente in Sant’Andrea in Roma. Purtroppo, ancora oggi l’ubicazione della sua tomba definitiva resta sconosciuta.


Il volto illuminato della Grande Opera si era spento per sempre…